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MAMMA LI TURCHI

Correva l’anno 1683 quando l’esercito ottomano venne fermato alle porte di Vienna. 
La battaglia ebbe luogo l'11 e il 12 settembre e pose fine a due mesi di assedio posto dall'esercito turco alla città imperiale austriaca; rappresentò il punto di svolta, a favore degli europei, delle guerre austro-turche.

 
Infatti non solo segnò l'arresto della spinta espansionistica ottomana in Europa, ma anche l'inizio della loro estromissione dai Balcani: poco dopo infatti gli austriaci occuparono l'Ungheria e la Transilvania, firmando quindi nel 1699 la pace coi turchi (Trattato di Karlowitz).
Ma la conseguenza più grave per i Turchi fu che con la sconfitta di Vienna dovettero rinunciare a quello che per loro era l’obiettivo più ambizioso che avrebbe davvero cambiato la storia; la conquista di Roma, la sottomissione del papato, quindi la definita affermazione dell’Islam.
Un ruolo importantissimo in quelle vicende lo giocò Marco d'Aviano, al secolo Carlo Domenico Cristofori (Villotta di Aviano, 17 novembre 1631 – Vienna, 13 agosto 1699); un frate cappuccino 
proclamato beato da papa Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003 dopo un lunghissimo processo di beatificazione.
L'8 settembre del 1683 le armate cristiane erano pronte a ingaggiare battaglia con i turchi; padre Marco celebrò la messa nel campo allestito sul Kahlenberg (Monte Calvo), la collina che sovrasta Vienna. Al suo fianco sull'altare erano Giovanni III e Carlo di Lorena; terminato il rito, il frate tenne uno dei suoi più fervidi sermoni in quel misto di italiano, latino e tedesco, caratteristico delle sue prediche.
La battaglia si concluse con la vittoria della Lega Santa e la ritirata dell'esercito turco; Papa Innocenzo XI proclamò allora la giornata "Festa del Santissimo Nome di Maria", poi inviò la sua benedizione a padre Marco. Il frate non ebbe altre ricompense ma da quel momento attorno alla sua figura cominciarono a nascere racconti di miracoli e prodigi.
L'anno dopo padre Marco ricevette un'altra chiamata dal papa; Innocenzo XI voleva che i sovrani europei si coalizzassero per cacciare, questa volta definitivamente, gli ottomani dall'Europa e padre Marco si adoperò per coordinare l'alleanza cristiana contro l'Islam. 
La sua popolarità era enorme, e così la sua autorevolezza; il frate cappuccino partecipò assieme ai comandanti militari alla pianificazione dell'attacco. Il primo obiettivo raggiunto fu la riconquista di Buda, avvenuta nel 1685. Marco era immancabilmente presente. 
Ad ogni buon conto non è pensabile che tutto il merito di quei successi fossero da accreditare al quel frate cappuccino, anche se il ruolo recitato da quel monaco dal corpo minuto ma dall’aria da intellettuale, cosi riportano le cronache del tempo, non fu certamente piccolo.
Dopo tre secoli, 333 anni per la precisione, un sultano si ripropone e come allora non bussa educatamente alla porta ma utilizza metodi decisamente forti e senza scrupoli; non più spade ed alabarde ma “armi” moderne.
Recep Tayyip Erdoğan ricatta apertamente l’Europa dei banchieri, quell’Europa che ha negato di avere una identità cristiana, che, per evitare il tracollo socio-economico a causa dell’afflusso biblico dei clandestini, dovrebbe, secondo il moderno sultano, aprire le porte e inglobare la Turchia nell’Unione Europea da cui Marco d’Aviano, Sobieski, Eugenio di Savoia e la “Lega Santa” li avevano invero cacciati a pedate.
Ora, ammesso e non concesso che il popolo turco possa anche essere considerato più o meno simpatico, non è tuttavia pensabile, per tutta una serie di ragioni storiche, antropologiche, culturali, ritenerlo europeo.
O meglio, se prima prima della deriva islamica di Erdogan era possibile, seppur a denti stretti, ipotizzare un avvicinamento della Turchia alle Istituzioni Europee, ora assolutamente non !.
E certamente non solo per una questione di libertà di pensiero e di stampa sempre più negata dal regime di Ankara; in fin dei conti la concentrazioni delle proprietà delle testate cartacee e la occupazione politica della RAI e delle altre reti televisive mostra chiaramente che neppure in Italia c’è una vera libertà di stampa. 
E magari forse neppure per i diritti umani in quanto essi sono piuttosto ambiguamente amministrati, vedi, per esempio, gli orrendi campi affollati di clandestini in Macedonia.
E’ la storia che nega l’ingresso in Europa di “questa” Turchia; nuovamente spada dell’Islam, ambiguamente attiva nel conflitto in Siria a favore di non si sa bene chi, furbesca nell’uso del ricatto dei clandestini, non può e non deve avere un posto in Europa, almeno in quell’Europa nata con con quel Trattato di Roma sottoscritto nella capitale italiana il 25 marzo 1957 e che ha rappresentato il momento decisivo del processo costitutivo delle Comunità Europee.
Ad ogni buon conto se le nostre donne possono vestirsi come meglio vogliono e credono e non sono obbligate allo chador è perché quel monaco dal corpo minuto ma dall’aria da intellettuale, ha brandito il crocefisso contro la barbarie della pseudo religione inventata da Maometto a uso e consumo della conquista militare e della supremazia dell’uomo sulla donna e sulla famiglia. 
Anche i turchi alla fine erano riusciti ad emanciparsi, con la rivoluzione di Mustafa Kemal Atatürk, dal retaggio islamista, ma poi la democrazia, un diritto peraltro sempre rischioso, ha riconsegnato quel paese all’oscurantismo dei veli islamici e della militanza religiosa.
Fermiamo questa Turchia, non ha posto in Europa.

Autore: Paolo Comastri
Categoria: Storia
Data: 06-05-2016
Ora: 11:00:00


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