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QUANDO I CONFINI COMINCIANO A SGRETOLARSI

Erano trascorsi circa 300 anni dalla morte di Cristo quando un impero romano oramai in inarrestabile declino vedeva materializzarsi le premesse e le avvisaglie di quei secoli bui e torbidi passati poi alla storia come medioevo.

 
L’Impero Romano dopo Costantino nel 3.o secolo dopo Cristo era un mastodonte che andava dalle isole britanniche alla Mesopotamia e si reggeva di fatto su quattro pilastri: il sistema schiavistico, l’adesione dei vinti alla civiltà romana, una ampia tolleranza religiosa e un esercito efficientissimo. Una sorta di quattro granitiche colonne che invero iniziarono a mostrare le prime crepe già a far data dalla fine del 1.o secolo d.c., ma che iniziarono a vacillare proprio nel corso del secolo successivo. La schiavitù garantiva approvvigionamento di manodopera a costo pressoché nullo per il sistema agricolo imperiale, che poi era l’industria dell’epoca, nonché la base della civiltà romana; ma, grazie ai lunghi periodi di pace ed alla contrazione sensibile delle guerre di conquista, andò progressivamente diminuendo, causando di riflesso l’impoverimento della classe media la cui capacità reddituale era fondata proprio sulla coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno grazie all’impiego degli schiavi, quindi a costo di mano d’opera pari allo zero. Per quanto poi attiene al rapporto tra i vinti e la civiltà romana, il conseguente arruolamento di questi nelle truppe ausiliarie mal si conciliava con le pressioni migratorie sul limes, cioè l'insieme delle frontiere dell'Impero classificate in base al loro modo di essere barriera, fosse essa naturale o artificiale come, ad esempio, il vallo di Adriano in Britannia, l’odierna Inghilterra. Roma conquistò e piegò al suo potere un’infinità di popolazioni barbariche; ma con una, i Visigoti, rimase vittima di un tragico e gigantesco inganno. Infatti questo popolo, nomade per necessità e proveniente dal Danubio, a seguito di un accordo con l’imperatore Valente, venne accolto in Mesia, territorio attualmente tra la Romania e la Bulgaria; avvenne però che la profonda crisi economica, le feroci lotte intertribali e certamente non da ultima la refrattarietà al piegarsi ai costumi romani, determinarono la rivolta dei Visigoti che per i successivi duecento anni diventeranno una delle cause più importanti della caduta dell’impero romano d’occidente con il conseguente imbarbarimento sociale. In questa situazione complessa e complicata si aggiunse pure l’avvento del Cristianesimo quale “religione di stato” così come imposto dal pagano Costantino, che irrigidì i costumi e determinò una nuova morale che nella censura dei comportamenti poteva anche assomigliare allo stoicismo, ma per quanto attiene al sistema di valori, superava la centralità di Roma in favore di una trascendenza poco incline al principio del “si vis pace para bellum”. Quanto poi all’esercito, questo divenne progressivamente una casta formata da oltre mezzo milione di individui al netto delle truppe alleate; numeri, per quei tempi, mostruosi. Questi soldati di Roma, impegnati nella difesa del limes, si stavano tuttavia progressivamente radicando nel territorio perdendo così in questo modo quel fortissimo spirito combattivo e quella dimensione quasi sacrale che rappresentarono la vera, imbattibile forza delle legioni in epoca repubblicana ed imperiale, almeno fino all’epoca degli antonini. In questa stringata e minimale sintesi storica, il presente del nostro paese: se il giovanissimo stato italiano, poco più che 150enne, può dirsi il frutto di una stratificazione sociale e culturale che a pieno diritto lo rende se non figlio, almeno nipote della Roma imperiale, allora tale stretta parentela rende possibile questa suggestione e con essa il confronto seppure a distanza di 17 secoli. Da circa un biennio le nostre Forze Armate stanno procedendo, peraltro loro malgrado, in maniera senz'altro encomiabile da un punto di vista umanitario ad un efficiente soccorso marittimo nei confronti delle genti provenienti da quello he può essere considerato il limes italiano del terzo millennio, cioè la sponda sud del mediterraneo più nota come Maghreb; ma proprio il Maghreb e soprattutto quelli che sono i postumi delle così dette primavere arabe, peraltro fucina di sbandati, disperati e terroristi, non solo stanno erodendo la sovranità italiana, così come fu per l’antica Roma, ma stanno impoverendo il ruolo delle Forze Armate, sempre meno determinate a condurre azioni belliche in favore, per dirla in gergo tecnico, di un dual use che predilige sempre più la parte non cinetica ed armata delle attività militari. Tradotto significa che le tecnologie e i mezzi delle Forze Armate sono oggi impiegabili sia per scopi militari che civili; vale, ad esempio, per Esercito, vedi la missione EUFOR RCA in Repubblica Centrafricana appena conclusa, ma soprattutto per la Marina Militare le cui unità sono da sempre impiegate, ed impegnate, in compiti che, per loro natura, sono strettamente connessi anche al mondo civile nell’articolato e complesso contesto dell’ambiente marittimo Tutte le navi della Marina Militare, per assolvere ai loro compiti militari, sono state pensate, progettate e impostate con elevate capacità in termini di autosufficienza logistica, capacità di movimento, flessibilità d’impiego e possibilità di fornire diversi tipi di supporto e servizi, senza tuttavia dovere interagire o dipendere dal territorio, sul quale, o vicino al quale, è richiesto di interagire o operare, conferendo a loro una indubbia e naturale capacità “duale”. Insomma, i “legionari” di oggi, come quelli di ieri, stanno progressivamente lasciando il gladio in favore di un radicamento burocratico che progressivamente ed inevitabilmente porta a spersonalizzare lo strumento militare. Quanto alla crisi economica oggi è crisi industriale, allora era crisi agricola, ma con le dovute proporzioni, può essere affermato che si tratta del medesimo processo di impoverimento che alla lunga mina alle fondamenta la saldezza della classe media. Come peraltro sta avvenendo. Il ragionamento, o la similitudine, alla religione porta poi a ritenere che il nuovo soffocante relativismo culturale dei nostri giorni può dirsi omologo del cristianesimo dei primi tempi, soprattutto nei termini di un fenomeno destinato a rompere gli equilibri etico-religiosi della società italiana, privandola di quegli anticorpi necessari per contenere l’incontrollabile e violenta volontà di dominio degli uomini di ISIS, peraltro e davvero molto, ma molto simili ai Visigoti di antica memoria di cui sopra. Impresa ardua, complessa, difficile, ostica lo stabilire se mai l’Italia diverrà la Mesia del 21° secolo; resta tuttavia inconfutabile il dato che le instabilità di fatto acuitesi con l’avvento dello stato islamico rischiano di buttare l’Italia intera, e con essa il mondo occidentale, in un medioevo probabilmente più oscuro di quello che successe all’Impero di Roma.

Autore: Paolo Comastri
Categoria: Storia
Data: 20-04-2015
Ora: 11:00:00


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