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Centenario della guerra 15/18, Città e Campagna di fronte alla Grande Guerra

La grande guerra inquadra a milioni i rurali: tuttavia la loro partecipazione è nel complesso passiva. Sono stati rimorchiati, ancora una volta, dalla città “Benito Mussolini - 1922”

 
La frase di Benito Mussolini sintetizza uno dei maggiori dati sociali e politici della Prima Guerra Mondiale in Italia, ma è suscettibile di ulteriore osservazione, se non di contestazione. Se consideriamo la partecipazione italiana al primo Conflitto Mondiale come l’ultimo episodio bellico della Rivoluzione Nazionale, altrimenti definita Risorgimento, non sarebbe dovuto passare inosservata la clamorosa novità della partecipazione contadina ad una guerra ancora indirizzata al completamento del progetto di Unità d’Italia. Da questo punto di vista, nella citata frase di Mussolini, dovrebbe essere contestata l’affermazione “ancora una volta”, perché fa ritenere che anche in precedenza il mondo rurale avesse in qualche modo partecipato alla Rivoluzione Italiana, rimorchiato dalla città. E’ dato storico incontrovertibile, - salvo non voler trasformare in storia accaduta, mitologie di potere che vorrebbero piccole avanguardie politiche valutate come “il popolo italiano” - che il mondo rurale è quantomeno rimasto estraneo al Risorgimento. Quantomeno, perché il termine corretto è avversario. Il contemporaneo criterio generale di valutazione degli eventi, oggi dominato dal concetto di democrazia, individua nella partecipazione della maggioranza della popolazione, nel suo orientamento e nel suo consenso, la causa, difficilmente superabile, di formazione dei fenomeni sociali e politici. Ne consegue che le precedenti osservazioni sull’atteggiamento del mondo rurale a fronte della prima Guerra Mondiale deve essere giudicato rilevante. Quando ci si pone la domanda relativa il rapporto della campagna, del mondo rurale rispetto alla prima Guerra Mondiale, si deve volgere lo sguardo ad oltre il 90% del territorio nazionale, ed ad una popolazione rurale ancora prevalente rispetto alla borghesia cittadina ed al proletariato industriale del tempo. La questione non è solo importante e complessa, ma si deve aggiungere, anche scomoda. “Al sopraggiungere del grande dramma europeo, i rurali sono indubbiamente meglio organizzati e sufficientemente amalgamati nella nazione; sono in pieno progresso economico e in pieno fermento di rinnovazione sociale; ma costituiscono ancora una ben debole forza politica.” Se ancora nel 1915 il popolo contadino italiano era a rimorchio della città, cioè della borghesia risorgimentale, e privo di autonoma espressione politica, vuol dire che nel primo decennio del ‘900 non si era ancora risolta la frattura sociale, economica, addirittura spirituale, iniziata con le riforme illuministe degli ultimi decenni del ‘700. * Questo aspetto risulta debolmente illustrato dalla storiografia italiana, che in gran parte preferisce la scorciatoia di accettare come dato storico il mito politico risorgimentale, che legge la storia attraverso le sole minoritarie avanguardie politiche. Il problema viene poi ripreso successivamente solo in funzione di storiografia antifascista, che, secondo una lettura – anche interessante - vede certo antifascismo rurale legato all’originario conflitto città-campagna. Un punto di vista più ampio ed importante interviene quando ci si chiede “se le lotte del dopoguerra non rappresentino l’ultima tappa di quella rottura del vecchio ordine nelle campagne europee” . In effetti, tale è stato il conflitto città/campagna in Italia: inizia prima del 1789 francese, ma è già ribellione aperta nel 1796, e tale rimane attraverso il triennio giacobino. La campagna sfida Napoleone e sente la Restaurazione come una liberazione dai repubblichini giacobini; scatenati in moti diretti a sovvertire un ordine che quasi inconsapevolmente, istintivamente, consentiva alla campagna la sua vita ciclica, apparentemente senza progresso. Non un contadino ha combattuto con la coccarda tricolore contro gli stati pre-unitari: sono, anzi, le forche dei contadini che cacciano Pisacane, i vecchi tromboni che seminano di agguati le retroguardie di bersaglieri e garibaldini. Anche nello stato unitario la rivolta della campagna continua a manifestarsi con la renitenza alla leva, e con sollevazioni contro le nuove tasse. Se i regnanti pre-unitari dovranno accontentarsi di un comodo e triste esilio, se la nobiltà, in gran parte, si unirà al nuovo corso mischiandosi alla borghesia, sfoderando un opportunismo di casta splendidamente dipinto nel Gattopardo, i veri sconfitti dell’epoca risorgimentale saranno i contadini. Dire che i contadini sono gli sconfitti del Risorgimento italiano non significa attribuirgli un aspetto residuale per il solo fatto che rappresentavano la maggioranza della popolazione e del territorio italico. Inevitabile il sorgere di una questione sociale di imponenti dimensioni: anche la terra reggiana, nel 1869, scrive con il sangue della repressione delle rivolte contro la Tassa del Macinato una nuova pagina della frattura fra campagna e città. Per arrivare alla frase di Mussolini sui rurali nella Prima Guerra Mondiale, occorre ancora un passaggio complesso, e scomodo. La caduta dell’Italia pre-unitaria è una tragedia, - ancora non descritta con la dovuta attenzione dalla storiografia - per il mondo rurale italiano, anzi sarebbe più corretto dire, per gran parte dell’Italia. Ormai è definitivamente capovolta la piramide sociale e sacrale, originaria dell’Europa medioevale, che vedeva il contadino in una posizione di casta immediatamente sotto la nobiltà con la quale, almeno per secoli, ha condiviso la vita in ambito rurale, e che poneva lo stesso contadino in posizione gerarchica superiore al pur più ricco borghese della città. La borghesia illuminista, liberale risorgimentale, nazionale è al potere, ed ha letteralmente comprato la campagna: “Quelle terre, venivano vendute ma potevano acquistarle solo coloro che avevano mezzi e potere. Nasceva così una nuova forma di proprietà, quella , più completa ed assoluta di quella precedente, che intanto ed infatti aboliva gli , stabilitisi nel corso dei secoli e che configuravano un modo diverso di possedere, meno privatistico e più comunitario, più ricco di possibilità concrete di vita e sviluppo per le genti della campagna” Un processo lungo, ma inarrestabile, iniziato con vantaggiosi acquisti approfittando delle riduzioni ecclesiastiche e proseguito a fianco delle rivoluzioni politiche, trovando complicità e camaleontismo nella nobiltà, raramente adeguata ai titoli ed agli avi che si erano guadagnati il privilegio. Il contado, cioè il popolo dell’Antico Ordine, fuggiti Re e Duchi, resta senza guida. Rimane la Chiesa, assediata dall’Italia, ma con un clero prevalentemente inadeguato a rappresentare una controrivoluzione contadina. E c’è ancora un dato, definitivo: il mondo rurale non riesce ad esprimere un proprio capo, neppure un altro tipo di dirigenza. Non riesce a trasformare la propria maggioranza, la propria esperienza in una idea, in una forza politica. Non ci sarà, nell’Italia che si affaccia sul Novecento, un contadino che guiderà i contadini italiani. Anche i proprietari della terra non riusciranno ad esprimersi come casta come avviene in altre terre d’Europa: “A differenza degli Junkers prussiani, d’altro canto, i proprietari terrieri italiani mancavano di un centro di coesione politica e sociale (…). Gli agrari italiani si rivelarono altrimenti subalterni non solo al mondo industriale, ma almeno per lungo periodo, al liberalismo (…)”. Ha ragione Mussolini: si faranno rimorchiare. La città che ha espresso il giacobinismo, esprime anche il socialismo. Anche i socialisti rimarranno espressione politico intellettuale della città. Lo stesso Prampolini ne è esempio. Al contrario dei giacobini italiani, che non riusciranno mai a conquistare la campagna ancora organica all’Antico Ordine, i socialisti otterranno seguito tra i contadini, ora senza Duchi, Cavalieri e Santi. “Il movimento sindacale finisce presto per divenire dominio di privilegiati gruppi di operai urbani che, altrove, come altrove, anche in Italia, poco si preoccupano delle masse più misere specialmente rurali (…) Il socialismo tende a proletarizzare i contadini, fa leva sui braccianti, ed ignora le categorie più profondamente rurali, più tenacemente attaccate alla terra (…).” Figli della stessa Rivoluzione Francese, socialisti e liberali si sfideranno sulla pelle del popolo italiano. I socialisti abbandonata, almeno momentaneamente, la Rivoluzione Nazionale ed Italiana a favore di una Rivoluzione di classe, avranno argomenti che la campagna accetterà. I contadini troveranno anche negli slogan socialisti la condivisione del contrasto alla Monarchia sabauda, lo strumento con cui il Risorgimento ha abbattuto gli stati pre-unitari. I socialisti, inoltre, propongono un conflitto di classe contro quella borghesia che il contadino italiano vede, fin dal triennio giacobino, perfettamente coincidente con il padrone che ha sostituito il feudo e la Chiesa nella proprietà del territorio, sostituendo gli antichi patti sociali e consuetudini con le leggi del profitto e dello sfruttamento della terra. Ancora, il sentimento antinazionalista, in pratica la non identificazione nel Tricolore, nell’Italia, vista dal contadino coincidere con il peggioramento delle proprie condizioni sociali ed economiche. Infine, il mondo rurale trova nel socialismo il richiamo comunitario, sentito come un ritorno al mondo esistente prima delle Rivoluzioni: non a caso i giacobini reggiani avevano definito l’insorgenza contadina del 1797 come allo stesso tempo “reazionaria e comunista”. Sotto la guida socialista, una parte del mondo rurale trova una opportunità, un’organizzazione, una speranza di uscita dai vorticosi mutamenti che avevano posto le comunità e le popolazioni contadine davanti al rischio di ridursi ad un indistinto proletariato rurale, mero strumento di produzione. Drammatica situazione in parte verificatasi e motivo del dramma dell’immigrazione in altre terre, in altri continenti: lo sradicamento definitivo dell’uomo della campagna. Il socialismo italiano, tuttavia, pur avendo successo nel proselitismo nelle campagne, non sarà il partito contadino italiano: i contadini rientreranno nell’interesse socialista solo in quanto parzialmente ridotti a proletariato. L’Italia, grande paese rurale, non ha un movimento rurale di massa che aspiri a guidarla di fronte alla nascita del nuovo secolo. Anche se “l’idealizzazione dei rapporti sociali tradizionali, l’antiurbanesimo e l’antindustrialismo, l’esaltazione delle classi agricole, sarebbero alcune costanti, nello spazio e nel tempo, di una ideologia fatta propria da organizzazioni politiche e sociali assai diverse. Dai movimenti cattolici a quelli fascisti, dall’Agrarian Democracy del New Deal al ritorno alla terra nazista.” La Grande Guerra è per certi aspetti un evento di chiusura di quella marginalizzazione della campagna da parte della città iniziata con le riforme illuministe di fine settecento. Se è vero che anche questa volta il mondo rurale si trova coinvolto, meglio invaso, dagli eventi creati dalla città, la Grande Guerra cambierà tutto. “”La guerra ha risvegliato i dormienti e ha fatto capire ai più che invano, dopo questo cataclisma, potremo tornare alle condizioni del passato. Un mondo nuovo si elabora e si approssima; chi non lo intende sarà un superstite inutile: chi non si prepara alla nuova vita, un vinto un inetto”. * “Arrivano, arrivano. Furono a un tratto in mezzo a noi, forme grigie, una fila di fucili su rotondi elmetti ottusi. sussurrò ansando qualcuno. (…) Qualcuno bisbigliò involontario, poi un silenzio mortale. Si udì poi molto indietro un Di nuovo silenzio. I soldati marciavano rapidi, compatti. I primi quattro uomini apparvero a un tratto come fantasmi; avevano visi rigidi, di pietra. Il tenente che camminava accanto al primo plotone portava spalline lucide, scintillanti su una giacca a brandelli di un grigio terroso. La colonna venne avanti.” Il Primo Conflitto Mondiale, anche se per l’Italia risorgimentale è l’ultima guerra per l’Unità, è in realtà ben altro fenomeno rispetto alle pur tragiche battaglie ottocentesche. L’elemento totalizzante del conflitto mondiale, il coinvolgimento delle masse nella guerra, l’utilizzo di armamenti capaci di grandi distruzioni, la meccanizzazione del conflitto, la guerra di trincea sono l’imprevista fornace dove le masse europee vengono involontariamente forgiate. I giovani contadini delle terre ex borboniche, pontificie, ducali, austro-lombardo venete, vestiti tutti in grigioverde e lanciati nel fango delle trincee sotto le tempeste di acciaio non saranno mai più gli stessi: il macello della guerra ne farà per la prima volta degli italiani, anzi una nuova generazione di italiani. Per la prima volta i contadini italiani sono in massa al fronte sotto la bandiera italiana. Per la prima volta combattono e muoiono a migliaia e vincono la guerra: “i ceti rurali, che pur danno all’immane conflitto la più grande massa di uomini ed il più vasto sacrificio di vite, vi partecipano per lo più gran parte senza comprensione, con spirito fatalista ed assente.” E’ un passaggio di grande importanza e di decisive conseguenze. I contadini avevano sempre disertato le battaglie risorgimentali, rimanendone ostili spettatori. Ora vengono gettati in massa nelle trincee: da esse chi esce vivo è un uomo nuovo. “Per raggiungere la prima linea, più brevemente chiamata trincea, entriamo in uno dei numerosi camminamenti di accesso che permettono la marcia al coperto fino al posto di combattimento. (…)Bisogna immaginare tutto questo dispositivo come un enorme fortezza sotterranea che si stende apparentemente senza vita attraverso il terreno, ma all’interno della quale si effettua invece un servizio ben regolato di guardia e di lavoro, e in cui ogni uomo si trova al suo posto secondi dopo l’allarme. Sarà bene tuttavia non immaginare un’atmosfera troppo romantica; vi regna invece una certa sonnolenza, una pesantezza che nasce dal contatto intimo con la terra. (…) Tra le nove e le dieci il fuoco raggiunse una violenza pazzesca. La terra tremava, il cielo sembrava una gigantesca marmitta in ebollizione. Centinaia di batterie pesanti tuonavano a Combles e dintorni, innumerevoli granate si incrociavano urlando e miagolando al di sopra di noi. Tutto era avvolto in un fumo denso rischiarato dalle luci funeree dei razzi colorati. Soffrivamo violenti dolori alla testa e alle orecchie, né potevamo intenderci se non urlando parole staccate. La facoltà di pensare logicamente e il senso della gravità sembravano scomparsi. Si era in preda al sentimento dell’ineluttabilità e della necessità come davanti al furore degli elementi scatenati. Un sottufficiale del terzo plotone impazzì.” Nelle trincee la campagna si trova fianco a fianco con la città. E’ l’altro aspetto nuovo, importante, rivoluzionario. La trincea pone il borghese della città ed il contadino nello stesso fango, nella stessa sporcizia, nello stesso sangue. Contadini e borghesi combattono e muoiono insieme sotto la stessa bandiera tricolore. “Per la guerra partirono i rampolli delle famiglie dei possidenti, della nobiltà, partirono i contadini, andando ciascuno ad occupare i posti assegnati loro dalla rispettiva gerarchia sociale”. Al fronte queste gerarchie verranno poste alla prova di una guerra condotta con strumenti anch’essi rivoluzionari. Gli ufficiali che rimarranno nell’inferno della guerra alla pari con il loro soldati guadagneranno un rispetto ed una lealtà di spessore medievale. La trincea è una rivoluzione. Una guerra moderna, rivoluzionaria, dove borghesi contadini, proprietari ed operai combattono vestiti tutti di semplice panno, maneggiando armi costruite per essere utilizzate da eserciti di massa e per operare distruzioni di massa. In guerra, al fronte la frattura città/campagna si ricompone, almeno temporaneamente. E’ un passaggio complesso, ancora una volta scomodo. E’ una guerra moderna, una guerra rivoluzionaria, siamo nel Novecento, ma i vincoli e le esperienze che vi si manifestano hanno aspetti medievali. Al fronte le differenze di classe si defilano, rimane la gerarchia imposta dall’esercito, ma tutto viene messo alla prova delle terribili armi che la moderna tecnologia bellica impone. Se la città esprime gli ufficiali, l’ubbidienza dei soldati contadini passa attraverso il coraggio in battaglia, il valore, la lealtà verso i subalterni. Una nuova fortissima ed imprevista solidarietà si viene a formare tra i soldati borghesi ed i soldati contadini che combattono al fronte, e le borghesie che sottraggono i loro giovani alla trincea, e proletari che non riconoscono il sacrificio dei soldati al fronte. Questo ricongiungersi di città e campagna nelle trincee della guerra, questo essere combattenti italiani al di là dell’appartenenza della classe sociale, diventerà il punto di riferimento politico, storico, mitologico del Fascismo in divenire. “Ma quello che all’inizio del secolo era solo un aspetto di darwinismo sociale diventa nel dopoguerra, per questa generazione uscita dalle trincee, un’esperienza vissuta e un criterio di comportamento. Gli ex combattenti si considerano investiti di una missione speciale, e vorrebbero trasmettere la loro unica esperienza a tutta la società, inculcando in essa le virtù eroiche del guerriero: disciplina, sacrificio, abnegazione, fraternità”. Nel Fascismo lo scontro città-campagna sembra risolversi nella complessità del Regime che viene a costituire una sorta di rivoluzione conservatrice con potenzialità di soluzione delle contraddizioni delle rivoluzioni politiche ed economiche dell’Ottocento. Nel Fascismo gli elementi rivoluzionari, Nazione e Socialismo, vengono a coniugarsi con aspetti pre-rivoluzionari come il corporativismo ed un rinnovato comunitarismo. Il socialismo prampoliniano ed il cooperativismo, che avevano cercato di conquistare la campagna, saranno il primo sconfitto ed il secondo incorporato nel nuovo movimento fascista. Anche la frattura religiosa, altro elemento originario della frattura città-campagna avrà una parziale composizione. Se da una parte il Fascismo è certamente una derivazione della rivoluzione francese e risorgimentale, dall’altra opera una sorta di controrivoluzione sociale cercando di restaurare in chiave moderna e nazionale una società organica, recuperando la rappresentanza per gruppi ed il comunitarismo che integravano la società rurale pre-rivoluzionaria. * “Una bandiera gigantesca venne spiegata in testa a un lungo corteo. Era rossa: bagnata e squallida, pendeva dalla lunga asta ondeggiando come una macchia di sangue sulla folla rapidamente accorsa. Mi fermai a guardare. Dietro la bandiera si rovesciavano gruppi stanchi urtandosi disordinatamente. Le donne marciavano in testa, si spingevano avanti con le loro larghe gonne; la pelle terrea dei loro visi pendeva afflosciata dalle ossa aguzze. (…) Gli uomini: vecchi e giovani, soldati e operai, fra questi molti piccoli borghesi, avanzavano inespressivi, infrolliti, su cui balenava appena un riflesso di ottusa decisione, si rimettevano continuamente al passa, si affaticavano, come colti in fallo, a fare i passi più corti o più lunghi. (…) Così marciavano i soldati della rivoluzione. Da quel formicolio nero doveva dunque scaturire la fiamma incandescente, prender forma il sogno di sangue e di barricate?” Su questo quadro, che sembra esaurire un ciclo rivoluzionario di trasformazioni sociali, esplode la Rivoluzione russo-comunista del 1917, rivoluzione in concreto contadina, ma comandata dalla città dall’intellighentia bolscevica, che come i clubs giacobini, impongono idee astratte sulle realtà concrete. Le suggestioni della rivoluzione sovietica si diffonderanno anche nell’ovest d’Europa, dove, peraltro, esistevano quelle masse proletarie ed operaie, che in Russia non erano presenti. Paradosso di una rivoluzione che ebbe successo in un mondo contadino che era rimasto non solo estraneo, ma praticamente non contaminato dalla Rivoluzione Francese. In Italia, l’eco della rivoluzione sovietica non riaprì la frattura città/campagna, in quanto i suoi più fedeli epigoni, non riuscirono mai ad andare oltre il puro antifascismo e l’astratto scontro di classe proletariato/borghesia, chiave con cui si insisteva a leggere il più complesso fenomeno fascista. Anche il Partito comunista non riuscì ad interpretare il mondo della campagna, in quanto non voleva diventare un partito contadino, pur rimanendo il mondo rurale maggioritario in Italia anche sotto il fascismo, ma chiedeva al contadino di diventare comunista. I creatori dell’uomo nuovo, di nuove ere, illuministi, giacobini, liberali, carbonari, socialisti, fascisti e comunisti, tutti finirono per imporre trasformazioni pensate in città alla campagna. Un solo evento, invece, nel suo aspetto di mero conflitto, determinò il contadino italico all’emancipazione ed alla identificazione nell’Italia: la linea del fronte della Prima Guerra Mondiale. Una guerra pensata lontano dal popolo, combattuta come mai prima dal popolo, è stata fornace di una nuova generazione di italiani, nella quale protagonisti, non solo per numero, furono i contadini italiani. “La patria, famiglia, popolo, nazione: pronunciate dalle nostre bocche le grandi parole avevano un suono falso. Perciò i reduci non volevano mescolarsi a noi; questo esprimeva la loro muta, potente marcia di fantasmi. La patria, la nazione erano in loro. Le parole che come imbonitori da fiera avevamo urlato in tutto il mondo, avevano trovato negli uomini del fronte il loro senso profondo. Ciò che noi con leggerezza chiamavano dovere, fanti l’avevano vissuto e compiuto. La patria si era improvvisamente trasferita in loro; travolta da una tempesta mostruosa, trascinata, sommersa, era approdata al fronte.” * In una fase decisiva della storia dell’umanità, le trincee scavate nella terra d’Europa, accogliendo in una tragedia non ancora immaginabile la gioventù di ogni classe sociale, restituirono cambiamenti che nessuna delle rivoluzioni pensate dall’uomo erano mai riuscite a realizzare. Le conseguenze dell’emancipazione contadina esito della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, sono tanto evidenti quanto, in certo senso, impreviste. L’avanzata socialista viene in breve tempo sorpassata dalla nascita e velocissimo sviluppo di un movimento rivoluzionario, o più correttamente di rivoluzione conservatrice, il fascismo, che all’identità di classe, contrappone l’identità italiana e l’aspirazione di un socialismo da realizzarsi nell’ambito della dignità e sovranità nazionale. Sorprendentemente, proprio mentre trionfa una rivoluzione russa spiegata come trionfo di un proletariato, in Italia, ma non solo, l’essere italiani, il Tricolore, sconfigge, nella sintesi sociale fascista, la proposta di lotta di classe socialcomunista. In questo storico confronto il mondo rurale, i contadini non sono più meri spettatori di avanguardie politiche provenienti dagli ambienti cittadini, ma sono presenti e militanti in entrambi gli schieramenti. La novità, visti gli illustri precedenti, è la partecipazione contadina nelle fila fascista. Per la prima volta il mondo rurale italiano milita dietro una barricata che pone l’idea nazionale come punto di riferimento della propria lotta. E’ il risultato dell’esperienza vissuta al fronte della Grande Guerra. L’essere divenuto combattente italiano, alla pari del borghese, dell’ufficiale nato in città. Una lealtà fra soldati, che verrà rinsaldata anche nel dopoguerra all’interno delle compagini fasciste. Una adesione, quella contadina al fascismo, che non rinnega l’avversione antiborghese, ma che trova condivisione nelle nuove generazioni cittadine che nell’essere combattente, soldato italiano, consumano anch’esse una ennesima stagione rivoluzionaria. In effetti, l’incontro città/campagna nella Grande Guerra è reso possibile dalla scelta di coerenza e di sacrificio di tanti giovani borghesi e cittadini, che rinunciano e pongono a rischio la propria esistenza gettandosi volontariamente nelle tempeste d’acciaio del fronte, spesso invocate nella militanza interventista. Questi volontari, inizialmente accolti anche a sassate dalle masse di soldati di leva, in parte di origine contadina, dovranno dimostrare in situazioni infernali, la coerenza alle loro idee. L’incontro città-campagna nella Grande Guerra non avviene negli ambiti originari dei due gruppi sociali: non consiste nella soluzione della questione sociale portata dalla rivoluzione borghese nelle campagne. Non risolve differenze ed ingiustizie sociali tra padronato agrario e braccianti, mezzadri ed affittuari. L’incontro città-campagna nella Grande Guerra avviene in una sorta di terra di mezzo, in un mondo tanto tragico da sembrare irreale, nuovo, mai visto, inimmaginabile, quale è stato il fronte di combattimento tra il 1915 ed il 1918. Il contadino dovrà vedere i signori morire al proprio fianco, vedere la sorte del piombo scegliere senza guardare il censo, le origini, il grado. Dovranno trovare l’ufficiale in piedi sulla trincea a chiamarli fuori per guidarli fra filo spinato e mitraglie. Vedranno orrore ed eroismo mentre partecipano a grandi eventi della storia. Loro, i contadini, saranno là dove tutta la Nazione guarda, dove tutta l’Europa guarda. Un incontro avvenuto in condizioni eccezionali, ma non per questo meno incisivo, storicamente determinante. Questa eccezionalità spiega cosa avvenne nel dopoguerra. Dopo tutto questo, cosa vorranno essere una volta sopravissuti e tornati alle loro case? Contadini indistinti, massa proletaria, pur maggioritaria, associata, governata da esponenti socialisti? O ancora combattenti, gli eroi della Vittoria, il mito? La risposta non è unitaria, ma complessa. Il cosìdetto Biennio rosso, sembrerebbe indicare che abbandonato lo straordinario e drammatico cosmo della guerra, città e campagna parrebbero ritornare nei propri ambiti confermando conflitti e tensioni che certo la guerra di trincea non aveva risolto. La stessa storia italiana indica l’iniziale dilagare socialista, diviene poi perdente di fronte al movimento fascista. Questa svolta è resa possibile anche dalla scelta di una importante parte del mondo rurale che risponde o condivide le chiamate che ripropongono il linguaggio, le divise, la mitologia e la spiritualità dei combattenti della Grande Guerra. Dopo oltre un secolo di battaglie di retroguardia, in opposizione ad una concezione del progresso che la città aveva pensato per sé stessa, il mondo rurale ebbe una sua avanguardia che scelse di partecipare ad una nuova rivoluzione moderna sulla scorta dell’esperienza vissuta durante le tempeste d’acciaio della Grande Guerra. * “Le Compagnie sfilavano una dietro l’altra, coi plotoni pietosamente decimati, portando con sé un’atmosfera pericolosa: il senso del sangue, dell’acciaio, della dinamite e dell’attacco brutale. Odiavano la rivoluzione? Avrebbero marciato contro la rivoluzione? Operai, contadini, studenti, sarebbero rientrati ora nel nostro mondo, avrebbero diviso la nostra volontà, le nostre cure, le battaglie e le mete? Improvvisamente capii: quelli non erano operai, contadini, studenti; non erano artigiani, impiegati,commercianti: erano soldati. Non fantocci, non subordinati, non messi: erano uomini che obbedivano alla voce segreta del sangue, dello spirito; uomini indipendenti, che avevano conosciuto una dura solidarietà, e trovato nella guerra una patria.”” *

Autore: Luca Tadolini
Categoria: Storia
Data: 14-04-2015
Ora: 10:15:00


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